
DANZATORI DI STELLE

DANZATORI DI STELLE
Ispirato a un passo di Sergio Atzeni, da “Passavamo sulla terra leggeri”, il lavoro di Igino Panzino coniuga strutture dense come il cemento e forme aperte e lievi di metallo lavorato e trasformato in campiture cromatiche. L’installazione circolare, composta di sei elementi simili e allo stesso tempo differenti, è ordinata nello spazio con un ritmo cadenzato e regolare come un ballo pausato e ininterrotto. Se la base solida e fortemente strutturata si dà in una verticale candida e immobile, la parte superiore si articola in geometrie di colore diversamente orientate e pronte a captare tutta la luce dello spazio circostante. Comprese le stelle.
Ciascuna base è pensata per accogliere i riquadri metallici che, nella intelaiatura geometrica sempre variabile e decisamente plastica nelle emergenze tridimensionali, si colora con i toni accesi e cangianti dei costumi tradizionali dell’isola. La forma legata al colore diventa richiamo visivo fatto di una propria equilibrata armonia compositiva che, nella disposizione a cerchio, trasfigura l’astratezza segnica in figure stilizzate alla ricerca di un proprio posto nell’universo.
IGINO PANZINO
ASILO [nido]

La sequenza ordinata e lineare delle casette-rifugio per volatili è composizione estetica di calibrata misura e cadenzato ritmo di colori festosi. Gianni Nieddu l’ha voluta così, disposta su una nuda parete come un allettante richiamo visivo e pensata come un ricovero sicuro. Sono piccole costruzioni in legno marino, resistenti alle intemperie come al sole della campagna di Nure, dove l’estate infuoca con il suo splendore mediterraneo.
Stabili e discrete sono un’offerta irrinunciabile, un’attrazione magnetica per cinciallegre (parus major), passeri (passer domesticus), storni (sturnus vulgaris), cinciarelle (parus caeruleus): per loro Gianni Nieddu ha preso misure e solerti precauzioni. Per loro ha indagato abitudini e modi di vita e ha progettato una serie di nidi che diventano metafora di qualunque idea abbiate di abitazione sul pianeta. Ogni casetta, infatti, è concepita per accogliere questi minuti uccelli sia stanziali che migratori bisognosi di asilo, a partire dalle dimensioni del tutto e delle parti tra loro. Nessuna è uguale all’altra, nessuna si ripete nella stessa struttura architettonica, come a dire che il modulo di base può variare all’infinito, quanti sono simbolicamente gli uccelli nell’aria e gli uomini sulla terra. Quattro pareti regolari, un tetto, un foro centrale e un’asticella per fermarsi sulla soglia: diametro base minimo cm 10x10, ma le misure contano e ogni foro, è meglio saperlo, è in relazione al suo abitante (cm 2,6 per le cinciarelle, 3,2 per passeri, 6 per storno e 2,8 per cinciallegra). Non basta: la distanza dal pavimento al foro di ingresso è di circa 15 cm mentre la parete interna, dalla base al foro di apertura, è stata raschiata con una punta di ferro per permettere al pullo di raggiungere più agiatamente l’uscita dal nido.
Siamo al limite dell’ornitologia, se non fosse che Gianni Nieddu è artista per scelta e temperamento e da artista si comporta. Ogni casetta è un volume di colori nello spazio libero, un solido geometrico di linee nette e definite come cubi picassiani (o forse meglio il riferimento a Braque, che di cubi se ne intendeva di più), elementi cromatici di sapore fauves, accostamenti di tinte di astrazione espressionista. E se questo non è sufficiente occorre guardare alla catena compositiva per cogliere appieno la poesia della forma che definiscono. Nello svolgere il loro compito si danno come atto di una creatività ludica e profonda perché in grado di trasformare inermi elementi funzionali in inaspettate metafore di un dramma del nostro tempo. Asilo per chi cerca rifugio, abitazione per chi ne è privo, luogo di accoglienza per bisognosi: generosa offerta di uno spazio che diventa allegoria concreta di una necessità primaria per esseri umani ed animali, dimora e dono senza controparte.
Ma, ancora, Gianni Nieddu insiste sulla molteplice natura di ogni essenza artistica e, giocando con il titolo dato al suo lavoro, lo impegna in un processo di evocazione di un mondo infantile (l’asilo nido) dove si muove abitualmente a proprio agio rivendicando, come da antica tradizione avanguardista, la possibilità di scendere nelle regioni di una fanciullezza sentita come condizione di coscienza libera e autentica. Casette colorate come trastulli di bimbi, costruzioni di incastri di abilità primarie, puzzle di forme in evoluzione, dicono quella sfida mai persa di conciliare anime diverse. Ogni suo atto è gioco seriamente condotto, invito a guardare le cose spostando di continuo il punto di vista per evitare trappole di facile senso, partita aperta per spiriti erranti.
Igino Panzino conferma, ancora una volta, una poetica raffinata e complessa che guarda con sensibile attenzione alla cultura di una terra antica e la evoca, non solo negli inserti multicolori ma, in particolare, in quella colta manualità in grado di rielaborare, come in questi guardiani del luogo, motivi e saperi di trasmissione millenaria.
Pronto a misurarsi con la realtà in costante mutamento, il linguaggio di Igino Panzino è sempre risposta originale e personalissima alla esigenze etiche e sociali di una cultura che ha sempre più bisogno di riaffermare la funzione imprescindibile dell’arte. A questo Panzino piega la scelta originaria dell’astrazione costruttivista per interventi sostenuti da un progetto ostinatamente utopico pur nella visione sempre lucida e analitica del presente. Come in questo caso dove, nelle strutture quasi totemiche, non solo si riappropria di un passato collettivo ma lo colloca in un luogo naturalistico in cui risuona la voce dell’ambiente che chiede di essere ascoltato. Danzatori di stelle mette così in relazione la terra con il cielo, lo spazio degli uomini con quello della natura.
ASILO [nido]
Gianni Nieddu nasce ad Alghero nel 1957. Si accosta alle arti visive negli anni Ottanta e rivolge la sua attenzione a un mondo defilato e trasversale di piccoli accadimenti del quotidiano. Da subito affianca alla produzione pittorica quella di natura installativa. Il suo approccio alla realtà è sempre antiretorico e spesso ludico e ironicamente teso a mettere in luce gli aspetti più nascosti delle cose. Nei suoi lavori convivono felici contraddizioni sorrette da essenzialità formale e rigore compositivo a cui si accompagnano talvolta effimere stabilità. In molte composizioni tradisce una predilezione per le moltitudini che gli forniscono pretesti per allineamenti ed enumerazioni.
Una selezione delle mostre degli ultimi anni: 80/90. Arte in Sardegna. La costante resistenziale, MAN, (Nuoro, 2016) - Parte Lesa", Spazio Chora (Sassari, 2017) - "Poeta, revolucionari, cantant, meva tia", Biblioteca centrale Gabriel Ferrater (Sant Cugat del Vallès - Barcelona, 2018) - In un verso e nell'altro, Museo Casa Manno (Alghero, 2019) - "Pop Up", ex chiesa di San Francesco, Como - Beffroi de Montrouge (Parigi, 2020) - Taglia Unica, Museo Organica, Bosco di Curadureddu, (Tempio, 2022) - Ritorno al futuro, Pinacoteca Nazionale di Sassari (Sassari, 2022) - F**KING CHANGE, Foro Boario (Oristano, 2024) - Peer to Peer, Corrispondenze Artistiche, Parco delle arti Molineddu (Ossi, 2025).
GIANNI NIEDDU
I SEMI NON FANNO RUMORE

I SEMI NON FANNO RUMORE
Nato a Sassari nel 1961. Vive e lavora a Sassari.
Dopo una significativa esperienza nel mondo della musica punk, lavora come disegnatore
e grafico e si dedica alle arti visive. Ben presto si segnala come una delle figure chiave del
panorama artistico sassarese tra gli 80 e i 90 e nel 1987 la sua prima personale al Caffè
Voltaire di Firenze. In questi anni orienta la sua ricerca sui problemi dell’appartenenza,
della memoria, delle radici culturali indagando i rapporti tra primitivismo e tecnologia con
cui scruta il disagio della contemporaneità.
Tra le innumerevoli mostre la partecipazione alla XII Quadriennale di Roma e alla
Biennale di Obidos in Portogallo. Nel 1996 riceve il Premio Trevi FlashArt Museum, nel
2019 la personale all’Exma di Cagliari e al Museo-Casa Manno di Alghero (2020). Nel
2024 la partecipazione alla collettiva “Fuori dal clamore” al Museo di arte contemporanea
di Lula e alla 1 Biennale “Maria Lai” alla Stazione dell’arte di Ulassai.
DANILO SINI
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